Come ben sai, noi di Sportello Digitale collaboriamo da alcuni anni con due centri di eccellenza del Politecnico di Milano: l’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI e l’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale.
Una collaborazione che nasce da una visione chiara: PMI e Studi Professionali sono parte della stessa filiera e possono crescere soltanto se interagiscono, condividendo cultura digitale, competenze e modelli organizzativi.
Lo Sportello Digitale sostiene da sempre imprese e professionisti accompagnandoli nei processi di transizione digitale ed ecologica. Collaborare con gli Osservatori significa per noi poter trasformare la ricerca in strumenti concreti per le imprese attraversando insieme i vari step di crescita.
La ricerca 2026 è già iniziata e a giugno conosceremo i nuovi dati. Ma a che punto siamo oggi?
L’innovazione digitale nelle PMI italiane: i dati della ricerca

Il sistema produttivo italiano si riconferma: siamo uno stato fondato sulle micro, piccole e medie imprese, che da sole generano oltre il 76% dell’occupazione e più del 63% del fatturato nazionale. Numeri imponenti, che raccontano la forza, ma anche la delicatezza del contesto: quando le PMI fanno fatica, l’intero Paese rallenta.
Ed è proprio qui che entra in azione la digitalizzazione.
Quanto investono le PMI nel digitale?
I dati dell’Osservatorio mostrano una frattura netta: il 46% delle PMI investe poco o nulla nel digitale e il 54% investe in modo consistente e strutturato.
È un’Italia divisa in due. Se una parte delle imprese considera la digitalizzazione una priorità, l’altra la percepisce ancora come un costo o un tema da affrontare “più avanti”. Non è una differenza solo economica, ma culturale: se mancano competenze, governance e una visione chiara dei processi interni, è difficile capire come e perché investire.
Le tecnologie più diffuse: tante potenzialità ma pochi risultati
Le imprese che investono concentrano le risorse principalmente su:
- Software gestionali (93%): CRM o ERP spesso acquistati per obblighi amministrativi, ma raramente integrati con vendite, produzione o magazzino
- Cybersecurity (81%): cresce l’attenzione alla sicurezza, anche grazie a normative stringenti e all’aumento degli attacchi informatici
- Data Analytics (79%): strumenti diffusi, ma utilizzati più per produrre report che per prendere decisioni strategiche
- AI e AI generativa (8%): adottata da pochi, spesso solo in modo sperimentale
La contraddizione è evidente: gli strumenti ci sono, l’uso maturo no. Molte PMI adottano tecnologie perché “serve”, “tutti lo fanno”, o perché incentivate, ma senza un percorso di business process analysis e senza formazione adeguata. Di conseguenza c’è un basso ritorno sull’investimento e sensazione di inefficacia, che alimenta la diffidenza verso ulteriori progetti.
E la tecnologia non è nemmeno il vero ostacolo. Il problema è che l’83% delle PMI incontra difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali.

Come si nota, la prima è la mancanza di cultura digitale: senza consapevolezza, la digitalizzazione si riduce a un insieme di strumenti scollegati e incapaci di generare valore reale. A questa si aggiunge la mancanza di competenze, in cui molte imprese rischiano di fare scelte incoerenti con i processi interni o con gli obiettivi aziendali.
Infine, il 40% delle PMI non sa come integrare le tecnologie, che possono anche essere presenti, ma non hanno la capacità di farle comunicare tra loro. A tutto ciò si aggiunge che nel 31% delle PMI non esiste ancora una figura che presidia l’IT (Information Technology): questo può portare ad inefficienza dei processi, mancanza di aggiornamenti e rischio di attacchi informatici.
Le PMI e il tema dell’attrazione del personale
Dalla ricerca sulle PMI c’è un dato che ci colpisce: il 58% delle imprese non riesce a trovare o mantenere il personale.

Il nodo principale riguarda la ricerca di persone con competenze adeguate. Tra i motivi per cui non vengono svolte attività formali di formazione c’è l’insufficienza di tempo, l’assenza di strutture adatte e lo scarso interesse.
Anche quando un’impresa riesce ad assumere personale qualificato, emerge un secondo problema: il turnover. Esiste un altissimo reclutamento di nuove figure con competenze digitali, specializzate e generali, ma solo poche di queste rimangono in azienda. Dunque, per molte PMI il tema non è solo “trovare personale”, ma costruire un contesto dove le persone vogliano davvero restare, svilupparsi e contribuire al futuro dell’impresa.
Opportunità per innovarsi: quali sono e perché non vengono sfruttate
Nonostante le difficoltà, il quadro delineato dagli Osservatori mostra che le PMI hanno oggi a disposizione leve strategiche molto forti. Opportunità già presenti, misurabili, e in molti casi finanziabili. Il problema è la scarsa capacità di riconoscerle, capirle e trasformarle in progetti reali.
Ecco le principali aree di sviluppo emerse dalla ricerca:

Tecnologie avanzate e cybersecurity
Solo il 19% delle PMI utilizza tecnologie avanzate, frenata da carenze di esperienza, percezioni errate sui costi e timore della complessità. La cybersecurity mostra invece una maggiore maturità: l’81% delle imprese la utilizza come strumento di protezione delle reti. Tuttavia, la conoscenza e l’applicazione della Direttiva NIS 2 resta ancora insufficiente.
Sostenibilità e monitoraggio dell’impatto ambientale
Il 38% delle PMI monitora il proprio impatto ambientale, mentre la maggioranza non lo fa per carenza di competenze, scarsa percezione della rilevanza del tema e incertezza su quali dati misurare. Tra chi monitora, l’attenzione si concentra soprattutto su consumi energetici ed efficienza. La sostenibilità digitale, ambientale e sociale rappresenta un’opportunità concreta per le aziende, ma richiede strumenti e formazione adeguati.
Relazioni e collaborazioni
Le imprese che investono intensamente nel digitale collaborano di più: il 61% ha attivato partnership con soggetti esterni, in particolare fornitori di servizi tecnologici (58%). Le relazioni accelerano i progetti, riducono i rischi e aumentano la qualità delle soluzioni adottate. Le imprese che non collaborano rimangono isolate, senza il supporto necessario per affrontare il cambiamento con metodo e continuità.
Politiche pubbliche e incentivi
Nel 2024, il 45% delle PMI ha ottenuto fondi pubblici per sostenere percorsi di trasformazione digitale. Ma un terzo di queste, li utilizza senza una strategia precisa, valutando ogni intervento in modo episodico e rischiando di disperdere le opportunità. Inoltre, meno della metà delle PMI consulta canali istituzionali per aggiornarsi su bandi e agevolazioni. Se usata in modo continuativo, la finanza agevolata può diventare un acceleratore decisivo dell’innovazione.
Perché le PMI non investono in tecnologie innovative?
Accanto alle opportunità, emerge un elemento che pesa in modo decisivo: il rischio percepito. Le aziende non frenano perché la tecnologia manca, ma perché temono di non riuscire a governarla.

Tra le preoccupazioni maggiori spicca di nuovo la mancanza di competenze interne, seguita dalla complessità nell’integrazione con i processi esistenti e il costo percepito, spesso associato all’incognita di non recuperare l’investimento. All’ultimo posto troviamo il timore che la tecnologia diventi subito obsoleta.
In sintesi, le imprese non rifiutano l’innovazione: la temono. E senza un percorso guidato, ogni progetto appare rischioso, fragile e difficile da sostenere.
Cosa possono fare oggi le PMI per invertire la rotta
Per superare le difficoltà che rallentano la digitalizzazione, le PMI devono considerare tecnologia, capacità, politiche pubbliche e collaborazione come parti di un unico grande ecosistema.

Servono politiche più mirate e programmi capaci di avvicinare aziende, ITS, università e territorio, così da generare benefici condivisi. La formazione va ripensata per raggiungere anche chi oggi non ne fa uso, mentre interventi sulle infrastrutture devono ridurre le disuguaglianze digitali tra settori e aree geografiche.
Diventa fondamentale anche il ruolo dei fornitori tecnologici, chiamati a diventare partner culturali e non solo tecnici. Integrando tutti questi elementi, le imprese italiane possono costruire un percorso solido di crescita e competitività.
Gli studi professionali di fronte all’innovazione: tra tradizione e nuove esigenze
L’altra parte di report degli Osservatori riguarda proprio i professionisti. Oggi avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro si trovano a un bivio: rimanere ancorati al passato o diventare protagonisti della trasformazione digitale delle imprese clienti.
Gli studi professionali temono il peso di ulteriori complessità burocratiche e la concorrenza dei grandi operatori. Molti cercano un migliore equilibrio tra vita e lavoro, ma l’adozione di tecnologie digitali resta marginale. Eppure gli studi giocano un ruolo centrale nella digitalizzazione delle PMI e nella diffusione di informazioni su bandi e incentivi, pur mostrando ancora timidezza nell’espandersi verso nuovi servizi.
Nonostante l’orientamento strategico stia migliorando, solo poche realtà hanno una gestione davvero strutturata della clientela, della comunicazione e delle risorse umane. Capiamo infine come la propensione all’innovazione cresca in proporzione diretta alla grandezza degli studi.
Grazie alla ricerca condotta dall’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale nel 2025, analizziamo quali sono le difficoltà che ostacolano gli studi professionali e come superarle.
Le paure degli Studi Professionali

Al primo posto troviamo gli appesantimenti normativi, percepiti come crescenti e non compensati da un adeguato ritorno economico. Subito dopo emerge la concorrenza dei grandi operatori, sempre più strutturati nell’offerta e nell’uso della tecnologia. Pesano anche l’insolvenza dei clienti e le difficoltà legate alla gestione della liquidità, che mettono a rischio la stabilità degli studi di dimensioni ridotte.
Un altro timore riguarda l’adozione di tecnologie evolute da parte di altri operatori, vista come una minaccia ai modelli professionali tradizionali, a cui si aggiungono gli elevati livelli di responsabilità e le difficoltà nel trovare collaborazioni affidabili.
Sono tutti fattori che frenano la crescita degli Studi Professionali, ancorandoli ad una gestione tradizionale.
I desideri dei professionisti: un grande paradosso
I dati mostrano che oltre il 70% degli studi aspira ad un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata e più del 30% punta a specializzarsi. Eppure, l’uso innovativo di tecnologie e di strumenti digitali che permetterebbe di snellire i processi e raggiungere questi obiettivi, rimane ai margini delle priorità quotidiane.

Un’altra contraddizione riguarda le partnership. Il 61% delle PMI ha già collaborato con partner esterni per progetti di trasformazione digitale, coinvolgendo anche gli studi professionali: un segnale chiaro della richiesta di supporto che molti studi ancora non colgono. Allo stesso modo, per bandi e incentivi le imprese si affidano soprattutto a professionisti e consulenti d’impresa.
Da qui nasce la domanda spontanea: perché non valorizzare questa posizione di fiducia e collaborare in modo più strutturato, imparando a governare insieme la transizione digitale e sostenibile?
L’approccio degli Studi verso nuovi servizi e reti di vendita
Oltre a paure, incertezze e mancanza di collaborazione, la maggior parte dei professionisti ha un altro grande limite: le nuove aree di servizio non rappresentano una priorità.
Molti studi non si occupano di progetti legati alla transizione digitale ed ecologica, non gestiscono gli incentivi e non offrono formazione su questi temi. Si aggiunge anche uno scarso sviluppo delle relazioni di business/ricerca e di supporto alle imprese sia sulla proprietà industriale che sulla loro internazionalizzazione.
In ultimo, emerge che solo una piccola fascia tra il 21 e il 33% dei professionisti ritiene utile disporre di una rete di vendita. Tutto questo si traduce in modelli tradizionali obsoleti, scarsa competitività e disallineamento con le richieste aziendali di oggi.
Segnali di innovazione
Nonostante le resistenze, la ricerca mostra che gli studi più grandi sono i più pronti a cambiare: il 95% ha già arricchito o sta arricchendo la propria identità con nuovi servizi. Anche le categorie più strutturate presentano le percentuali più alte di attività già avviate o in fase di sviluppo: il 50% dei commercialisti e il 55% dei consulenti del lavoro stanno introducendo servizi diversi da quelli tradizionali.
Questi dati indicano un’evoluzione in atto. Quando l’organizzazione è più solida, cresce anche la volontà di innovare e prepararsi a un modello di business più moderno.

Comunicazione, relazione e gestione della clientela
Nei grandi studi emergono segnali concreti di evoluzione, soprattutto nella gestione della clientela e nella comunicazione.
Il 57% analizza in modo sistematico le dinamiche dei propri clienti, mentre l’86% ha già definito – o sta definendo – modelli standard per raccogliere e organizzare informazioni in modo strutturato. A questo deve aggiungersi un monitoraggio costante della customer satisfaction, che aiuta lo studio a migliorare in modo continuo e a prevenire criticità nella relazione con i clienti.
Parallelamente cresce l’attenzione verso la comunicazione sia interna che esterna. Internamente, molti studi iniziano a definire processi più chiari per allineare il team, condividere obiettivi e migliorare la collaborazione. Esternamente, aumenta la cura nel raccontare identità, servizi e valore offerto, un cambiamento particolarmente evidente tra commercialisti e consulenti del lavoro.

La posizione degli Studi Professionali
L’Osservatorio ha sviluppato un modello che classifica gli studi professionali in una scala dal più tradizionale al più innovativo, basata su quattro dimensioni: struttura organizzativa, comunicazione interna, relazione con i clienti e capacità di innovare.
Dall’analisi emerge che la propensione all’innovazione cresce insieme alle dimensioni dello studio: le realtà più grandi mostrano infatti maggiore dinamismo nell’organizzazione, nei processi e nella diversificazione dei servizi. Gli studi multidisciplinari avanzano più velocemente, mentre quelli monodisciplinari, in particolare gli avvocati, restano più legati a modelli tradizionali.

In sintesi, più uno studio cresce e più integra innovazione, consulenza strategica e nuovi servizi: elementi essenziali per competere nel mercato attuale. Cosa significa questo? Che per crescere gli studi devono organizzarsi meglio, collaborare e comunicare in modo più efficace e intensificare le relazioni con i clienti.
Una filiera che evolve solo se collabora
Da entrambe le ricerche emerge un quadro chiaro: PMI e studi professionali condividono le stesse difficoltà e, allo stesso tempo, le stesse opportunità.
Le imprese italiane rappresentano il cuore dell’economia nazionale, ma la loro digitalizzazione è ancora troppo fragile, e spesso manca una figura che guidi l’IT e i progetti digitali. A questo si aggiungono la scarsa formazione e la difficoltà di attrarre e tenere talenti, con un ricorso alla finanza agevolata ancora troppo timido.
Anche gli studi vivono un paradosso simile. Pur essendo un punto di riferimento per le PMI, i professionisti restano troppo concentrati sugli adempimenti, lasciando in secondo piano la consulenza evoluta che potrebbe aiutarli a crescere.
Nonostante ciò, ci sono segnali incoraggianti: imprese e studi hanno finalmente compreso che l’innovazione non è più un’opzione, e che la relazione tra loro può diventare il motore per modernizzare il sistema produttivo italiano.
Da dove si parte? La strada da percorrere è chiara e bisogna:
- Trasformare la digitalizzazione in un progetto guidato, con obiettivi e KPI definiti, senza improvvisare
- Lavorare insieme, perché PMI e professionisti fanno parte della stessa filiera e crescono solo in modo coordinato
- Usare la finanza agevolata in maniera sistematica, come leva strategica e non come bonus occasionale
- Standardizzare i processi prima di acquistare software, per evitare investimenti inutili e inefficaci
- Spingere gli studi ad evolversi attraverso le consulenza strategica, il controllo di gestione e la doppia transizione digitale ed ecologica – tutti servizi richiesti dalle PMI
Infine, serve creare rete. Il nostro Sportello si fonda proprio su questo: siamo sempre in connessione con imprese, professionisti, profili tech e università per trasformare le loro abilità in progetti reali. E puoi farlo anche tu!
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Autori: Tudor Lazariu, co-founder di Connetia, Chiara Micoli, SEO copywriter e Irene Nasi, co-founder & marketing manager di Graffette.